Rivendicata dal Mio Fratellastro Miliardario

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UNDUH

Capitolo 1

Prologo

Mi passò delicatamente le dita tra i capelli, le sue labbra che sfioravano le mie in un dolce bacio. Aveva tanti lati diversi, e quello tenero era ancora una novità per me.

«Gridavi di nuovo nel sonno» dissi, incapace di dimenticare la sua espressione tormentata. Mi aspettavo che liquidasse la cosa, ma non lo fece.

«Ho i miei demoni, Layla. Ombre orribili che si rifiutano di lasciarmi in pace».

«Parlamene».

«Non posso». Mi guardò con una tale intensità, come se non riuscisse a vedere nient'altro che me.

«Perché no?»

«Perché potrebbero spaventarti e farti scappare. E se mi lasci, sarò perso per sempre. Posso affrontare qualsiasi cosa, fiorellino, ma non averti con me non sarà mai una di quelle».

Quando me lo disse, all'epoca, pensai che stesse esagerando. Oh, quanto mi sbagliavo!

Oggi

Ora, non sono una che giudica. Ho abbandonato il liceo per inseguire il folle sogno di diventare una tatuatrice, influenzata da un ragazzo che ho conosciuto in prigione a diciassette anni. In altre parole, sono un'esperta di decisioni sbagliate. Le decisioni sbagliate governano la mia vita e a me va bene così. Eppure... persino io ho i miei limiti, e mia madre mi sta rendendo davvero difficile non giudicare. Devo aver fatto qualcosa di terribile nella mia vita precedente, perché altrimenti mi ritroverei a partecipare alla quarta festa di fidanzamento di mia madre nei miei ventiquattro anni su questa terra?

Si tratta di quattro mariti diversi (escluso mio padre, di lui non parliamo).

Il grande salone odorava vagamente di legno invecchiato e agrumi, ovvero l'odore dei ricchi. Ma niente riusciva a mascherare l'aria soffocante di finzione che aleggiava alla festa. Mescolavo il mio martini con aria assente, il ghiaccio che tintinnava contro il bicchiere. Addy, la mia migliore amica e collega, era seduta accanto a me. Vibrava quasi per l'emozione, le dita curate avvolte attorno a un flûte di champagne.

«Tua madre ha decisamente fatto centro stavolta» disse per la terza volta, i suoi occhi che saettavano per la stanza come quelli di una bambina in un negozio di caramelle.

«Mi sento intrappolata in una soap opera di bassa lega» borbottai, sfilando l'oliva dal mio drink e gettandola via con un colpetto.

Addy rise. «Layla! E se qualche ricco sprovveduto ci inciampa?»

«Sopravvivrà» risposi secca, prendendo un lungo sorso dal bicchiere. Mia madre era al centro della stanza e brillava come solo lei sapeva fare. Capelli biondo platino e occhi azzurri come i miei. Era un misto di fascino e ambizione sfrenata. La sua risata risuonò cristallina, perché stavolta aveva vinto alla lotteria. Lucas Crest, o maritino numero quattro, era il gradino più alto della scala sociale che lei avesse mai raggiunto.

Ogni tanto, le sue amiche dell'alta società mi passavano accanto. Sfoggiavano sorrisi falsi e giudizi non troppo velati mentre mi salutavano. La figlia scapestrata, la delusione. Le loro domande educate erano solo frecciatine mascherate. Ma mi assicuravo sempre che le mie risposte mettessero in chiaro che non me ne fregava un cazzo di quello che pensavano.

«Sembri cavartela così bene» disse una di loro, con parole melense e fasulle. Mi venne da vomitare.

«Me la passo alla grande» dissi in tono piatto, voltandomi di nuovo verso Addy prima che potesse insistere.

La presenza di Addy era l'unica cosa che mi impediva di impazzire.

Avevo appena preso il mio quarto drink quando sentii un colpetto sulla spalla.

Mi voltai, aspettandomi di trovare un'altra amica di mia madre, e invece mi trovai di fronte un uomo. No, non solo un uomo... un fottuto dio.

Era alto, con i capelli scuri pettinati all'indietro, così perfetti da non sembrare un caso. La mascella affilata e l'abito sartoriale urlavano ricchezza, mentre il leggero sorrisetto sulle labbra sussurrava guai. E io, be', avevo un debole per i guai. I suoi occhi, grigi e intensi, sembrarono soffermarsi su di me un secondo di troppo, riempiendomi la testa di pensieri così sconci che mi venne voglia di andare a confessarmi. Poi lo sguardo mi cadde sulla sua mano tesa.

L'oliva.

«Hai perso qualcosa?» chiese, porgendomela come se avesse appena scoperto un cimelio di famiglia.

Sbattei le palpebre, momentaneamente spiazzata da come una persona potesse avere una voce del genere. Era una voce peccaminosa, e io avevo un debole per il peccato. Inarcai un sopracciglio. «Posso aiutarti?»

«Deve essere importante» disse lui, con fare disinvolto, facendola rotolare tra le dita. «L'hai lanciata con una tale… determinazione.»

Sbuffai. «E tu ti sei dato la pena di raccoglierla? Questo è incredibilmente strano o tragicamente patetico. Non ho ancora deciso.»

Il sorrisetto si allargò, per nulla scalfito. «Mai sentito parlare di galateo? Non si va in giro a lanciare le cose.»

Avrei voluto alzare gli occhi al cielo. Perché quelli sexy dovevano sempre rivelarsi dei fottuti strambi?! Il gomito di Addy mi si conficcò in un fianco. «E questo chi è?» sussurrò a voce troppo alta.

«Bella domanda» risposi, tornando a guardarlo. «Tu chi saresti? La polizia delle olive?»

L'angolo della sua bocca ebbe un fremito, come se stesse decidendo se sorridere o continuare la messinscena. «Diciamo solo che sono uno a cui non sfuggono né le cose, né le persone.»

L'aria tra noi si fece carica, come l'elettricità statica prima di un temporale. La sua arroganza mi irritava, ma maledizione se non era affascinante. Maledetta la mia debolezza per gli uomini attraenti!

«E io che pensavo che i pezzi grossi avessero di meglio da fare» replicai, squadrando il suo orologio, le sue scarpe e il modo in cui indossava l'arroganza come una seconda pelle. Veniva decisamente da una famiglia ricca. «Ma immagino che tu ti accontenti delle piccole vittorie.»

Il suo sguardo non vacillò, e odiai il modo in cui mi fece venire la pelle d'oca. «Non solo le piccole vittorie. Quelle interessanti. Come ti chiami?»

«Non sono affari tuoi» dissi secca, voltandomi di nuovo verso il mio drink.

Ma lui non se ne andò. Anzi, si avvicinò finché non fu accanto al mio orecchio, con la voce bassa e suadente. Dentro di me stavo urlando e, chiamatemi pure debole, ma a quel punto ero terribilmente eccitata. Deglutii a fatica e cercai di sembrare indifferente.

«Hai una bella linguaccia, fiorellino.»

«E tu un bell'ego» ribattei. «Magari trovi qualcun altro che te lo accarezzi.»

Accanto a me, Addy rimase a bocca aperta, ma lui non batté ciglio. Si limitò a guardarmi, mentre il suo sorrisetto si trasformava in qualcosa di più tagliente, più calcolatore.

«Credo che resterò proprio qui» disse. «Sei più divertente della festa stessa.»

Aprii la bocca per dire chissà cosa, ma Addy mi afferrò un braccio, con una presa sorprendentemente forte per una persona così minuta. «Okay, è ora di andare!» disse, con la voce acuta e frenetica.

«Muori dalla voglia di scopartelo!» mi sussurrò mentre mi trascinava letteralmente via dal bancone. Riuscii a lanciare un'ultima occhiata allo sconosciuto arrogante mentre ci guardava andare via, il suo sorrisetto perfettamente intatto.

E che mi venisse un colpo, odiavo quanto desiderassi cancellarglielo da quella faccia stupidamente meravigliosa... o forse cancellarglielo con un bacio.

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